ieri per cena siamo andati
a casa di una famiglia palestinese
su una delle colline di betlemme
case costruite e in costruzione
senza un’evidente logica urbanistica
ma per questo affascinanti
come solo un paesaggio arabo sa essere
vicino a dove ceniamo
c’è un martello pneumatico
che lavora senza sosta fino oltre alle dieci
e si interrompe solo quando
dal minareto inizia la chiamata alla preghiera
per ricominciare appena il muezzin
lascia la vallata nel silenzio
come ogni cena araba
non ci sono piatti e posate
ma solo pane e grandi vassoi pieni di gusti indescrivibili
vorrei saper dipingere questi sapori
mentre ci complimentiamo con la cuoca
che comunque non mangia con noi
la cena è solo per gli ospiti
il padre della famiglia e i figli maschi
il ragazzo che ci ha invitato
ci racconta cosa hanno mangiato
durante i periodi di magra
quando l’esercito israeliano
imponeva il coprifuoco anche qui
e poi scherzando dice
mia madre è talmente una brava in cucina
che potrebbe aver cucinato le pietre
mentre noi volevamo lanciarle
contro i carri armati israeliani
dopo mangiato il padre in un impeccabile inglese
mi coinvolge in una conversazione
sulla situazione politica mediorientale
devo dire che il suo punto di vista è più che lungimirante
mi domando perché gli intellettuali palestinesi
come lui
siano costretti a vivere in questo limbo
al limite della miseria
e senza nessuna vera possibilità
da offrire ai propri figli
se non la coscienza che la palestina
non si libererà dall’occupazione israeliana
senza un nuovo conflitto
non vorrei che qualcuno mi fraintenda
non è una chiamata alle armi
è solo una riflessione
su che tipo di giustizia cercheranno
i palestinesi dopo tutte le umiliazioni subite
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